“Mi chiamano enologo, mi citano come esperto di vini, mi definiscono un pioniere. Ma la verità è solo una: quando parla la natura io ascolto. La mia terra ha molto da raccontare e io ho molta voglia di ascoltare.”

Gigi Rosso si diploma alla Scuola Enologica di Alba nel 1952. Pochi, in quegli anni, sceglievano questo percorso. Dopo il servizio militare come sottoufficiale degli alpini, inizia a lavorare nelle grandi aziende vinicole piemontesi: Cinzano, Fontanafredda, Barbero di Canale come enologo responsabile di produzione, poi la Bersano Vigneti come direttore tecnico con la gestione di dieci cascine tra Langhe, Roero e Monferrato.
Anni di formazione profonda – la grande produzione industriale, il laboratorio, il vermuth, la cantina – ma anche anni di attesa. Il desiderio di tornare alla terra non lo abbandona mai.
Quando incontra Arturo Bersano trova l'occasione giusta: individuare le zone più vocate, acquistare terreni, impiantare vigneti, portarli a produzione. “Ho fatto indigestione di enologia da laboratorio. Ora posso ritornare alla mia amata terra.”
Nel 1971 fonda la sua azienda, che porta il suo nome. Le prime bottiglie di Barolo escono nel 1974. In quegli anni è il Dolcetto (d’Alba, ma anche di Diano d’Alba) – vino quotidiano, di riscontro immediato – a dargli maggiore notorietà: il Barolo, al tempo, è un vino ancora elitario e lontano. Gigi crede già in qualcosa di diverso: un vino di qualità che sia anche accessibile, riconoscibile e garantito da chi lo fa.
Sono gli anni in cui le Langhe cambiano pelle. Attorno a lui ci sono figure come Renato Ratti – autore della prima mappa moderna dei cru del Barolo, riferimento per chiunque voglia capire questo territorio – e Bruno Giacosa, con cui condivide la stessa visione: che le Langhe abbiano qualcosa di straordinario da dire al mondo. Gigi fa parte di quella generazione fondativa che trasforma queste colline da zona agricola marginale a una delle aree vitivinicole più riconosciute al mondo.


Gigi è un narratore nato. Gli piace raccontare le Langhe così come le ha vissute – le persone, le vigne, le storie di un territorio in trasformazione – ed è molto apprezzato per la sua disinvoltura nel parlare in pubblico.
Contribuisce alla promozione del Dolcetto di Diano d'Alba, al percorso che porta alla DOCG e alla storica ripartizione della zona in 77 sorì. Non mette mai nulla per scritto. Lo fa suo figlio Maurizio, attraverso i libri – in particolare “Barolo: Personaggi e Mito”, pubblicato nel 2000.
Il suo è un impegno culturale, ma anche istituzionale: negli anni '80 è presidente del Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani per tre anni, presidente dell'Ente Fiera del Tartufo Bianco d’Alba per cinque, membro della Consulta vitivinicola della Camera di Commercio cuneese e vicepresidente di quella che diventerà Vignaioli Piemontesi.
È il periodo del cambiamento epocale: lo scandalo del metanolo del 1986 segna lo spartiacque tra una visione opaca del vino e una trasparente, nella quale i produttori garantiscono il prodotto esponendosi di persona. Gigi è tra questi: ci mette la voce, e la firma – la stessa che, dal 1989, è il logo della sua azienda.
La sua voce è rimasta impressa nella memoria collettiva delle Langhe.



